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La nascita di una leggenda: Zidane nel Mondiale del 1998 tra crisi e trionfo

13 gennaio 2026

La nascita di una leggenda: Zidane nel Mondiale del 1998 tra crisi e trionfo
Zidane durante la cavalcata verso il Mondiale del 1998.

Dall’umiliazione alla redenzione, dal dubbio al glòro eterno—questa è la storia di come Zinedine Zidane uscì dall’ombra per guidare la Francia ai suoi più grandi trionfi. Nel 1998, il fantasista timido proveniente da Marsiglia divenne il volto di una nazione, trasformando il dolore in orgoglio e il silenzio in leggenda.

Io sono Martin Tyler, e questa storia—basata sull’articolo di Naim Beneddra—fa parte della serie Icons, un podcast di Kooora che riscopre le ultime dieci edizioni della Coppa del Mondo da angolazioni inedite, restituendo vita e memoria al torneo più affascinante del pianeta.

Partire dall’oscurità e salire verso la luce richiese una lunga strada: un’esplosione di talento, ma anche una maturità che ancora non sembrava pronta a emergere. Zidane aveva un bagaglio di segnali misti: quando appariva, sembrava in grado di cambiare le regole del gioco; quando mancava la costanza, era spesso oggetto di dubbi da parte della critica.

Il nulla apparente della sua carriera internazionale prese forma nel novembre 1993, quando la Francia fu travolta dalla sconfitta contro la Bulgaria a Parc des Princes, un’amarezza che spezzò l’orgoglio di una nazione pronta a reclamare il suo posto al mondo. La caduta sembrò definitiva finché, nove mesi dopo, un ventenne emerse a Bordeaux in una sfida amichevole contro la Repubblica Ceca: Zidane segnò due gol in pochi minuti e regalò ai Bleus uno spiraglio di rinascita.

Fu solo l’inizio di una lunga trasformazione: prima professor di calcio, poi capitano silenzioso. L’allenatore Aimé Jacquet capì che la sfida non era placare un talento, ma incanalare la sua creatività dentro un progetto collettivo capace di resistere alle prove del tempo.

Gemme non ancora scoperte

La prima chiamata ufficiale fu quasi casuale, ma rivelò un potenziale custodito per anni: Zidane, convocato per una partita contro la Cecchia, attraversò la Fioritura di una France in cerca di una guida. Quando entrò in campo, fu come se un pezzo del puzzle mancasse: la sua tecnica elegante e la visione di gioco sembravano anticipare una nuova era per la nazionale.

La prima prova può essere letta come una promessa: evocò una nuova consapevolezza tra i compagni e mostrò una capacità di rivoluzionare l’idea di centrocampo. La stampa, pur cauta, cominciò a riconoscere in quel ragazzo un potenziale in grado di raddrizzare una barca che sembrava sul punto di affondare. Ma il vero percorso sarebbe stato lungo, faticoso e pieno di ostacoli, tra infortuni nascosti, pressioni interne ed esigenze tattiche sempre nuove.

Sin dall’inizio, Zidane condivise con Jacquet una filosofia: un progetto di squadra, non una star singola. La Francia non poteva contare su un fuoco d’artificio isolato, ma su un meccanismo che univa difesa solida e creatività offensiva, con due protagonisti chiave che dovevano coesistere per far esplodere la potenza collettiva.

Costruire un progetto

Jacquet non fu solo allenatore, ma costruttore di una nuova architettura. Nella sua visione, la squadra doveva essere una entità compatta: difesa inamovibile, disciplina ferrea e una trama offensiva che ruotava attorno a due talenti completi. Per questo, fece scendere in campo una serie di decisioni che molti criticarono: l’esclusione di vecchi simboli della “bellezza del calcio”, come Cantona, Ginola e Papin, per dare spazio a un modello basato su equilibrio e resilienza.

Al centro di questa trasformazione, Zidane non fu solo un talento, ma un perno attorno al quale ruotò un’intera ricostruzione. Jacquet affidò al giovane l’opportunità di guidare il gioco, offrendo protezione e libertà creativa; fu una scelta audace che richiese fiducia, pazienza e un’incredibile dose di coraggio.

Tra il 1995 e il 1998, Zidane e Youri Djorkaeff formarono una coppia creativa capace di riscrivere le regole di una nazionale. In undici partite tra qualificazioni e amichevoli, la coppia costruì dieci gol e sette assist decisivi, dimostrando che la sinergia tra una testa geniale e un piede deciso poteva spostare gli equilibri globali. In questo contesto nacque la Francia nuova, una compagine in grado di convivere tra ambizione personale e impegno collettivo.

Da ombra a luce

La strada verso il Mondiale del 1998 fu lastricata di prove: la prima partita contro la Corea del Sud, la sfida contro la forte Danimarca, e la curva impetuosa che conduceva al momento cruciale in casa. Zidane sconfisse i propri demoni facendo emergere una leadership che pochi avevano previsto poter emergere così rapidamente. La finale contro il Brasile fu l’apoteosi di questo cammino: Zidane tornò in campo dopo un turno di stop forzato e, con due teste decisive, guidò la Francia a un trionfo storico che rimane scolpito nella memoria nazionale.

Le reti segnate su corner di Petit e Djorkaeff, unite alla perentoria chiusura di un pomeriggio di festa, sancirono una rinascita. Zidane non fu solo un giocatore di talento: divenne l’emblema di una nazione che aveva imparato a credere in sé stessa, grazie alla fiducia di Jacquet e al lavoro di un’intera squadra. L’arma segreta fu l’accoppiata tra la sua visione di gioco e la concretezza di un collettivo che aveva imparato a convivere con le proprie responsabilità. Il Mondiale divenne la scena di una trasformazione umana: un ragazzo timido che, grazie al sostegno dei suoi mentori, divenne un leader capace di plasmare il destino di una nazione.

Nel corso della sua carriera, Zidane dimostrò che la grandezza non è soltanto talento, ma la capacità di dare senso al talento attraverso la disciplina, la fiducia e un progetto comune. La sua storia è una lezione di vita oltre che di calcio: l’eccellenza nasce dall’abbandono delle scorciatoie per costruire qualcosa che resista nel tempo. La sua eredità va oltre i trofei, trasformando una vittoria in una leggenda capace di attraversare le generazioni.

Questa puntata di Icons ci ricorda che il calcio è un viaggio collettivo, dove una persona può aprire la strada ma è la squadra a percorrerla fino in fondo. Seguiteci sulle vostre piattaforme preferite per non perdere alcuna tappa di questa saga.

Due battute finali: 1) Zidane non è solo un giocatore: è una testa che lavora di precisione. Se la testa fa gol, la testa ne fa anche un paio in più per feste e cerimonie. 2) Se la fortuna è una partita a inviti, Zidane avrà sempre la lista degli invitati giusta: lui porta il talento, la squadra porta l’anima, e il pubblico porta l’eco dell’urlo che resta.

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Karim Lejaffa

Sono Karim Lejaffa, giornalista sportivo francese nato nel 1997. Appassionato di astronomia, scultura su pietra e danza contemporanea, condivido con entusiasmo la mia visione sensibile dello sport.

Domande frequenti

Qual è stato il momento decisivo di Zidane tra il 1994 e il 1998?

La sua prima convocazione in nazionale e la consacrazione contro la Repubblica Ceca nel 1994, seguita dalla svolta tattica di Jacquet che gli affidò un ruolo da fulcro creativo.

Qual è stato il ruolo di Jacquet nel trasformare Zidane?

Jacquet costruì un progetto di squadra, escludendo simboli del passato e mettendo Zidane al centro di un meccanismo che bilanciava talento e disciplina.

Qual è l’eredità di Zidane nel Mondiale 1998?

Non solo due reti decisive in finale, ma l’alba di un capitano capace di guidare una Francia multiculturale verso un trionfo storico e di diventare simbolo globale.