L’Italia tra gloria perduta e una rinascita ancora da scrivere: la crisi del pallone che cambia le regole
23 dicembre 2025
La gloria perduta dell’Italia
Sono passati oltre undici anni da quella testa di Diego Godín contro l’Italia ai Mondiali in Brasile, la scena che mise fine al sogno azzurro e che, per molti, segnò l’inizio di un lungo periodo di incertezza. Da quel momento, pochi avrebbero immaginato che quell’immagine sarebbe diventata un’icona della nazione sul palcoscenico globale, ma non per motivi di successo guardato con ammirazione.
Negli anni successivi l’Italia ha toccato il punto più basso: nel 2017 non si è qualificata al Mondiale, una macchia che nessuno avrebbe pensato di vedere su una nazione che ha scritto pagine di storia. Cinque anni dopo, la sconfitta della Macedonia del Nord ha cancellato un’altra opportunità, lasciando l’amaro in bocca e la consapevolezza che qualcosa nel sistema stava cambiando in modo profondo.
Poi è arrivato Roberto Mancini nel 2021 e ha guidato l’Ital友a a un Europeo storico, vincendolo ai rigori contro l’Inghilterra a Wembley. Sembrava l’inizio di una rinascita, ma l’inverno è arrivato presto: l’eliminazione agli ottavi di Euro 2024 contro la Svizzera e una campagna della Nations League spesso criticata hanno aperto una ferita ulteriore sulle prospettive di un Mondiale 2026 ancora da riconquistare.
La crisi non è solo una sequenza di risultati negativi: è radicata in modelli gestionali, investimenti a breve termine e una mancanza di riforme strutturali. Il calcio italiano ha perso terreno rispetto ai tornei europei trainati da stadi moderni e grandi investimenti, e da una cultura sportiva più orientata al business e all’internazionalizzazione.
La storia recente è costellata di figure leggendarie che hanno illuminato i tempi d’oro: Buffon, Nesta, Cannavaro, Pirlo, Totti, Del Piero e altri, custodi di un’eredità che oggi fatica a riprodursi. Il Mondiale 2010 in Sud Africa resta un monito: l’Italia uscì presto e, da allora, i club italiani hanno limato i propri contorni senza riuscire a restare al passo con i migliori d’Europa.
Oggi emergono talenti italiani che cercano fortuna all’estero: Donnarumma al Manchester City, Calafiori all’Arsenal, Tonali al Newcastle, Raspadori e altri nomi che fanno sperare in una nuova generazione. Ma il punto cruciale resta la capacità del Paese di coltivare questi talenti in casa, senza perdere di vista la necessità di una crescita sostenibile e di una visione organica per la Nazionale e per i club.
La Bosman ruling del 1996 ha profondamente inciso sull’equilibrio tra talenti locali e stranieri, spingendo le società a optimizzare le scorciatoie piuttosto che investire nello sviluppo a lungo termine. Oggi l’Italia deve rimodellare le proprie strutture: scuole calcio competitive, infrastrutture moderne e una governance che premi la crescita interna oltre al successo immediato.
Non mancano segnali di potenziale. Donnarumma, Vicario, Calafiori, Tonali, Raspadori, Leoni, Espósito, Kamarda e altri hanno mostrato qualità tali da far credere a una possibile rinascita se accompagnata da una seria strategia di sviluppo giovanile e da investimenti mirati nel rango più alto. Il gap con i top club europei tuttavia resta notevole, e la strada da percorrere è lunga ma non impossibile.
La strada richiede riforme strutturali chiare: stadi moderni, investimenti robusti nei vivai, maggiore autonomia delle squadre nel lungo periodo e una governance che premi la crescita sostenibile. È una sfida che riguarda non solo la squadra nazionale ma l’intero meccanismo del calcio italiano, con responsabilità condivise tra federazione, club e istituzioni pubbliche.
La verità è che il tempo è ora. L’Italia ha bisogno di una rivoluzione pacata ma decisa che trasformi potenziale in risultati concreti, prima che la stella azzurra torni a brillare fioca sul palcoscenico internazionale.
Ora due battute leggere per chiudere: Se l’Italia non torna al Mondiale, la palla continuerà a girare nel cassetto: bella da guardare, ma difficile da mordere. E se i giovani italiani non prendono fiducia, forse dovremo chiedere al Bosman di restituire i talenti perduti... o magari affidarli a una scuola calcio all’estero: tanto, lì imparano a fare la differenza.