Il lungo digiuno della Seleção: 24 anni senza Mondiale e un'identità in bilico
6 gennaio 2026
Una siccità diversa
Ma dove risiedono le differenze tra i due periodi di siccità che hanno coperto 24 anni? Si tratta dello stesso numero di Mondiali, ma di contesti molto differenti: cambiano i giocatori, i club, i media e le pressioni. L'era odierna è segnata da una migrazione massiccia di talenti all'estero e da una gestione che ha visto una mancanza di leadership sia in campo sia fuori. La nazionale, un tempo simbolo della gioia di giocare, ora lotta per ritrovare quella scintilla di fiducia che accompagnò i grandi trionfi. In pratica, la Seleção è in una fase di maturazione dolorosa ma necessaria.
La storia recente mostra come il Brasile sia diventato una somma di talenti, più che una squadra con una identità chiara. Le cicatrici di 2006 e 2010 convivono con una realtà in cui la leadership è frammentata tra varie stelle, alcune ancora giovani e altre ormai in fase di consolidamento. Il pubblico, da sempre abituato allo spettacolo puro, cerca ora una direzione forte, senza rinunciare al fascino delle giocate che hanno fatto sorridere in passato.
Crisi di identità
La vicenda è più che una questione di tattiche: è una questione di identità. La storia recente racconta di una nazionale che ha vissuto una stagione dominata da urti interni, allenatori diversi e l'alternarsi di promesse mai pienamente realizzate. Dal 2002 il mondo ha visto la proprietà scivolare via: l'addio di stelle come Ronaldo, Ronaldinho e Kaká ha lasciato un vuoto che nessuno è riuscito a riempire completamente.
In anni recenti, la combinazione di talenti domestici e trasferiti all'estero ha cambiato la cultura del successo, ma non ha dato una guida chiara. Nel 2014 e nel 2018, la squadra ha mostrato momenti di potenza offensiva, ma è mancata la completezza, soprattutto nell'organizzazione difensiva e nel controllo del ritmo. L'episodio del 7-1 contro la Germania ha segnato simbolicamente la perdita di fiducia, ma anche l'inizio di una riflessione su cosa significhi realmente "essere Brasile".
Con l'arrivo di Ancelotti come possibile vero primo allenatore straniero a guidare la Seleção in una Coppa del Mondo, si attende una svolta generazionale guidata da Neymar, Vinícius Jr. e Rodrygo, supportati da veterani come Casemiro. La memoria di trionfi passati resta viva, ma la realtà è che la squadra deve ricostruire una cultura di vittoria dalla base, senza contare solo sui nomi, ma sulla coesione, sull'identità e sulla continuità.
Se la squadra non ritroverà una propria identità, il Mondiale 2026 potrebbe confermare una realtà in cui la gloria è rara e la frustrazione è di casa. D'altra parte, se si riscoprirà la gioia di giocare insieme, la Brasile potrebbe diventare nuovamente una minaccia credibile a livello globale.
Punchline 1: Se la identità brasiliana fosse una playlist, sarebbe ancora vuota — ma basta premere riproduci e improvvisare una samba di rinascita.
Punchline 2: Se non trovi la strada, chiedi al pubblico: il loro canto è la bussola della squadra.